Agenzia Agata CHRISTIE, Specializzata nelle Indagini per Stalking e Molestie

Agenzia Agata CHRISTIE, Specializzata nelle Indagini per Stalking e  Molestie - INDAGINI STALKING E MOLESTIE

 

Investigazioni per Stalking, Molestie e Tutela, Agenzia Agata CHRISTIE, specializzati nelle indagini per stalking, Molestie, Tutela e Infedeltà. Chiama per una consulenza Telef.02-344223

 

Il bullismo è un fenomeno di crescente espansione soprattutto tra i più giovani trattandosi di comportamenti di prevaricazione nei confronti dei propri coetanei ;esso si manifesta in maniera diretta ovvero indiretta. Il bullismo diretto consiste in vessatori comportamenti  indirizzati, da uno o più soggetti, nei confronti della vittima; mentre il bullismo indiretto si manifesta in modo subdolo, consistendo quindi nel diffondere maldicenze ovvero deridere la vittima al suo passaggio.

Da un punto di vista penale  non è presente nel Codice alcuna fattispecie nella quale inquadrare tale fenomeno, perciò alla luce di comportamenti riconducibili al bullismo è possibile ricorrere a tali figure di reato quali, Rapina,  ex articolo 628 c.p.,   Minaccia, ex articolo 612 c.p., Molestia o Disturbo alle Persone, ex art. 660 c.p., (configurandosi laddove la vittima venga presa in giro ovvero subisca atteggiamenti petulanti consistenti in una arrogaza invadente o continua ed inopportuna intromissione altrui), Ingiuria,ex art.594 c.p., Diffamazione, ex art. 595 c.p., Percosse, ex art. 581 c.p., Lesione Personale e Circostanze Aggraventi,  rispettivatamente ex art. 583 e 583 bis c.p., senza dimenticare tutti quei comportamenti volti a procurare un danno materiale alla cosa altrui e quindi punibili ai sensi dell’articolo 635  del Codice Penale, rubricato Danneggiamento, nonché  gli Atti persecutori di cui all’articolo 612bis. A confermate l’assenza di un comportamento tipizzato riconducibile al bullismo è stata la pronuncia dei Giudici di Piazza Cavour, i quali con sentenza del 20 maggio 2014, num. 20660, hanno statuito che la fattispecie nella quale i soggetti abbiano attuato condotte aventi finalità di bullismo ovvero condotte volte ad affermare il proprio potere in un determinato territorio, non fa venir meno gli elementi costitutivi del delitto di cui all’articolo 628 del Codice Penale, quale la Rapina,  purché vi sia la privazione di una cosa mobile altrui; secondo gli Ermellini, in tale figura di reato, il profitto può essere rappresentato anche in una utilità morale o in qualsiasi soddisfazione o godimento che l’agente si ripromettere di ottenere dalla propria azione anche in un secondo tempo rispetto   alla condotta posta in essere, a condizione che l’impossessamento della cosa appartenente a chi la detiene  sia avvenuto mediante violenza o minaccia.   

Da un punto di vista civilistico, alla luce di comportamenti riconducibili al bullismo,  è possibile instaurare un indipendente giudizio innanzi al Tribunale Civile per il risarcimento di un danno ingiusto, ai sensi dell’articolo 2043 Codice Civile, rubricato Risarcimento per fatto illecito, potendo quindi  chiedere il risarcimento del danno biologico,morale ed esistenziale.

Una particolare attenzione deve essere rivolta all’articolo 2048 del Codice Civile, Responsabilità dei genitori, dei tutori, dei precettori e dei maestri d’arte, alla luce del quale si riscontra la cosiddetta responsabilità oggettiva in virtù della quale del fatto ne rispondono anche i genitori e la scuola( nel caso in cui l’evento si verifichi in orario e luogo scolastico). L’articolo  2048 del Codice Civile al primo comma non esclude la responsabilità dei genitori che hanno affidato i figli alla scuola salvo nel caso di culpa in vigilando, ossia la scuola risponde dell’atto illecito di un minori su altro minore, in quanto l’alunno,  e quindi i genitori essendo titolari del diritto soggettivo di educare ed istruire i filgli  affidandolo alla struttura scolastica, subiscono un danno consistente in atti illeciti volti ad ostacolare il loro pieno diritto; da ciò ne deriva che gli insegnati risultano responsabili, ma a pagare i danni è la scuola; nel caso in cui invece si tratti di minore privo della capacità di intendere e volere, in questo caso ne risponde, ai sensi dell’articolo 2047 Codice Civile,  Danno cagionato dall’incapace, la persona che si occupa di sorvegliare il minore.

Particolarmente importante è la Direttiva  n. 16. Del 5 febbraio 2007, trasmessa  a tutte le scuole italiane avente l’obiettivo di determinare le modalità di prevenzione e contrasto del bullismo; in tale Direttiva viene spiegato  non solo cosa si intende per bullismo, ma viene esplicata anche la finalità di detta Direttiva; ne  deriva  quindi che per  bullismo si  intende  quell’eterogeneo  e relazionale fenomeno dinamico, attraverso il quale coetanei appartenenti alla medesima cerchia di amicizie, pongono in essere comportamenti caratterizzati da prepotenze e vessazioni  e la Direttiva stessa  ha lo scopo di prevenire nonchè contrastare tale fenomeno valorizzando non solo il ruolo degli insegnati e dirigenti scolastici, ma anche l’intero personale  tecnico ed ausiliare. Al fine di individuare un preciso programma di prevenzione  e contrasto, la Direttiva affronta la materia delle sanzioni disciplinari  ascrivibili ai bulli; nel POF, Piano dell'Offerta Formativa, documento delle scuole autonome, viene concessa la possibilità di attuare un programma di educazione e prevenzione del fenomeno. La Direttiva offre diversi piani strategici a seconda del livello di istruzione, infatti per la scuola di infanzia e quella primaria  si riconosce una grande importanza alla comunicazione interpersonale mediante gruppi di ascolto privi di carattere giudicante ed inoltre vengono creati situazioni rivolte esclusivamente al dialogo durante le quali è possibile avanzare suggerimenti ad hoc; per quanto concerne invece le scuole secondarie di primo e secondo grado vengono promosse campagne di informazione e di formazione, nonché di aggiornamenti,a livello nazionale, regionale e locale. Con la Direttiva, mediante appositi fondi  al Ministero della Pubblica Istruzione,   è prevista la costituzione di osservatori regionali permanenti presso l’Ufficio Scolastico Regionale, i cui dati costituiscono fonte di controllo del fenomeno. La Direttiva affronta anche la problematica del cyberbullismo, in merito alla quale si impegna, in collaborazione con il  Ministero delle Comunicazioni, nonché la partecipazione di altre Istituzioni e operatori di Internet, di promuovere iniziative  informative volte alla conoscenza  del Codice di Autoregolazione   Internet e Minori.

Parallelamente al bullismo altro fenomeno in crescente espansione è il cosidetto cyderbullismo; con tale termine si suole indicare tutti quei ripetuti e sistematici attacchi mediante la rete internet attraverso i social networks e non solo. Diverse sono le modalità con le quali il cyberbullismo si realizza: harassament,  ossia continua spedizione di messaggi dal contenuto offensivo, flaming, consistente in volgari messaggi on-line finalizzati a provocare accese discussioni sui forum, impersonation o furto di identità (identity theft), finalizzata a sostituirsi alla reale persona con l’intento di creare alla stessa una discutibile reputazione, denigrazione,  exposure, vale a dire pubblicare private informazioni, cyber-persecuzione ovvero minacce o molestie con lo scopo di incutere paura ad una persona ed ancora trikery, entrare in confidenza con l’utente per poi divulgare o condividere  informazioni ottenute sfruttando la fiducia ottenuta ed in ultimo l’esclusione mediante la quale si esclude l’utente da un gruppo formato su un social networks con l’obiettivo di far nascere nello stesso un senso di emarginazione.

Nonostante manchi una specifica normativa volta a contrastare il fenomeno del cybullismo ci sono stati importanti interventi mirati quanto meno a reprimere condotte di questo tipo;nel Decreto Legge 93 del 2013 sono riportate importanti  disposizioni le quali si riferiscono  non direttamente al fenomeno del bullismo, bensì alla fattispecie di cui all’articolo 612 bis del Codice Penale, Atti persecutori, commessa mediante mezzi informatici ovvero telematici, nonché l’aggravante  di 1/3 laddove gli atti siano realizzati attraverso strumenti informatici o telematici  e nonché frode informatica commessa mediante sostituzione di identità, fenomeno che prende il nome di identity theft.


Fonte: Bullismo e cyderbullismo. Aspetti legali di un fenomeno sociale in crescente espansione

 

Il reato di stalking è punibile con l’artt.612 bis C.P. e prevede una pena fino a quattro anni di carcere per chiunque minaccia o disturba, con telefonate, sms o lettere anonime, in maniera prolungata o ripetuta, una persona, arrecando ad essa un grave stato di timore per la propria salute e per la propria sicurezza o per quella di un altro soggetto a lei vicino, fino al punto di provocare un cambiamento del suo stile di vita.

 

Lo stalking si riferisce a comportamenti molesti o minacciosi che si protraggono ripetutamente nel tempo, con pedinamento, inseguimento, molestia e persecuzione possono manifestarsi sotto innumerevoli forme.

 

Lo stalking si caratterizza per molestie reiterate e comportamenti minacciosi di un  individuo, come per esempio: seguire una persona, farsi trovare sotto la sua abitazione o luogo di lavoro, tormentare con telefonate, sms, messaggi scritti o e-mail. Attenzione però, una sola minaccia o un isolato episodio di “tampinamento”, anche se invadente, non sono sufficienti a realizzare il reato di atti persecutori: è necessaria una certa reiterazione delle condotte nel tempo.

 

 

Denunciando il problema  alle Polizia o ai Carabinieri è necessario fornire loro, informazioni dettagliate ed attendibili quali il nominativo del molestare, copia degli sms, delle mail, tabulato telefonico, ecc.

 

Ogni qualvolta che sei vittima di stalking e desideri fermare il molestatore, devi raccogliere tutte le prove necessarie per denunciare il caso alla giustizia.

 

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Di seguito riportiamo alcuni articoli di stampa:

 

Ex: arrestato per stalking. Da due settimane pedinava la vittima, la aspettava sotto casa, la insultava e la minacciava. (Roma, Corriere della Sera)

Perseguitava la ex e il figlio. Arrestato per stalking.

Commercialista, perseguitava la ex dal 2009 (Bologna, repubblica.it).

 

 

Art. 612 bis.  Atti persecutori.  

Stalking.

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterata, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.
La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.
La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’art. 3 della legge 5/2/1992 n. 104, ovvero con armi o da persona travisata.
Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. Si procede tuttavia di ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’art. 3 legge 5/2/1992, n.104, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere di ufficio.



L'art. 612 bis rappresenta una delle novità più significative introdotte con il D.L. 23.2.2009, n. 11, recante «Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori».

Bisogna tener presente che ogni anno circa 70.000 donne sono vittime di stupri o di tentati stupri, pertanto il nuovo reato di “stalking” o atti persecutori, incrimina quelle condotte reiterate di molestia o minaccia che causano rilevanti disagi psichici alla persona offesa.

Il nuovo reato, meglio noto anche come stalking (dal termine anglosassone to stalk, ovvero «fare la posta alla preda»), prevede la pena della reclusione da sei mesi a quattro anni a carico di chi, con condotte reiterate di minaccia o molestia, ingeneri nella vittima «un perdurante e grave stato di ansia o di paura», ovvero un «fondato timore» per l'incolumità propria, di un congiunto o di una persona a lei legata da una relazione affettiva, ovvero la costringa ad «alterare le proprie abitudini di vita».

Dalla lettura di questa nuova disposizione normativa, si può osservare come si è cercato di dare una risposta sanzionatoria appropriata a condotte che, fino ad oggi, venivano inquadrate nei meno gravi delitti di minaccia, violenza privata o nella contravvenzione di molestie (art. 660). Fattispecie, queste, che si sono dimostrate spesso inidonee a fornire una tutela adeguata a fronte di condotte che presentano un coefficiente di gravità maggiore, sia per la reiterazione degli atti persecutori, sia per la loro incidenza negativa sulla sfera privata e familiare della vittima. Le vittime sono soprattutto donne e, le molestie sono opera di ex mariti, ed ex conviventi ed ex fidanzati. Per la sussistenza del reato è necessaria, in primo luogo, la reiterazione della condotta criminosa, rappresentata da minacce e/o molestie. Secondo l'ormai consolidata interpretazione dottrinale e giurisprudenziale, per minaccia si intende la prospettazione di un male futuro e prossimo, per molestia, ogni attività che alteri dolorosamente o fastidiosamente l'equilibrio psico-fisico normale di un individuo. Il reato rimane peraltro a forma libera, atteso che, tanto le minacce, quanto le molestie, possono essere realizzate secondo una molteplicità di forme idonee a produrre, nel primo caso, un effetto coartante sulla libertà psichica della vittima e, nel secondo caso, un'indesiderata intrusione nella sua sfera individuale. È inoltre necessario che le minacce o le molestie siano reiterate. La reiterazione evoca non solo una pluralità di condotte, ma altresì il loro verificarsi in tempi e contesti differenti.

Accanto alla reiterazione degli atti, per la consumazione del reato è altresì necessaria la produzione di almeno uno degli eventi menzionati dalla norma, ovvero:
a) un perdurante e grave stato di ansia o di paura nella vittima;
b) un fondato timore per l'incolumità propria, di un prossimo congiunto o di persona legata alla vittima da una relazione affettiva;
A) un perdurante e grave stato di ansia o di paura nella vittima: qualificando lo stato d'ansia e di paura come "perdurante" e "grave", la norma sembra riferirsi a forme patologiche di stress o di alterazioni dell'equilibrio psicologico del soggetto passivo, tali da essere riscontrabili già sul piano oggettivo.
B) un fondato timore per l'incolumità della vittima, di un prossimo congiunto o di una persona a lei legata da una relazione affettiva: anche in questa seconda ipotesi si specifica come il timore debba essere "fondato", aggettivo che sembra rivolgersi come un monito al giudice affinché accerti la concretezza e l'oggettività della situazione di paura vissuta dalla vittima. Il timore deve avere ad oggetto l'incolumità della persona offesa, di un suo prossimo congiunto o di una persona a lei legata da una relazione affettiva. E’ configurabile anche il tentativo, purché la ripetizione degli atti raggiunga la soglia sufficiente a integrare il requisito delle reiterazione richiesto dalla norma.

Venendo alle prime applicazioni giurisprudenziali, il reato di stalking è stato riconosciuto a carico di colui che, con condotte reiterate, osserva con atteggiamento minaccioso e segue ossessivamente presso il luogo di lavoro la ex coniuge, ingenerando nella donna un perdurante e grave stato d'ansia e costringendola a modificare le proprie abitudini di vita.

Circostanze aggravanti

Al 2° e 3° co. sono state introdotte due circostanze aggravanti. La pena sarà aumentata fino a un terzo qualora il fatto venga commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da un soggetto che in passato è stato legato alla persona offesa da una relazione affettiva. L'incremento sarà invece fino alla metà qualora gli atti persecutori vengano commessi ai danni di soggetti più deboli (quali minori d'età, donne in stato di gravidanza o persone disabili) o nel caso in cui le modalità di commissione del fatto appaiano particolarmente pericolose per l'incolumità della vittima o idonee ad accrescere l'effetto intimidatorio sulla stessa (uso di armi o persona travisata).

Regime di procedibilità e procedura di ammonimento.

Quanto al regime di procedibilità, il delitto è punito, di regola, a querela della persona offesa. Va segnalato come il termine per proporre querela è di sei mesi, corrispondente a quello previsto dall'art. 609 septies per i reati di violenza sessuale. La ratio è analoga e va ravvisata nella salvaguardia della persona offesa, in considerazione del travaglio interiore vissuto da chi si trovi a dover denunciare, e rendere pubblici, comportamenti gravemente lesivi della propria sfera privata, realizzati, il più delle volte, da soggetti assai vicini alla vittima. Proprio in quest'ottica si spiega anche la previsione di una procedura di ammonimento, alla quale la persona offesa può ricorrere prima di proporre un'eventuale querela. L'art. 8, L. 23.4.2009, n. 38, prevede che la vittima degli atti persecutori esponga i fatti all'autorità di pubblica sicurezza, avanzando richiesta al questore di ammonimento nei confronti dell'autore della condotta. Il questore, assunte le necessarie informazioni, ove ritenga fondata l'istanza, potrà ammonire l'autore dello stalking, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge. Dell'ammonimento viene redatto processo verbale, una copia del verbale è rilasciata al richiedente l’ammonimento e una all'ammonito. L'ammonimento può essere incluso tra le misure di prevenzione. Attraverso questa procedura l'istante espone i "fatti", che saranno oggetto della valutazione del Questore in merito alla fondatezza dell'istanza.

Lo scopo della procedura di ammonimento è quello di prevenire la consumazione del reato di atti persecutori, attraverso un invito, rivolto al loro potenziale autore, a tenere un comportamento conforme alla legge e, più precisamente, a interrompere qualsiasi interferenza nella vita del richiedente. Dalla procedura di ammonimento derivano delle importanti conseguenze sotto il profilo sanzionatorio: qualora, infatti, l'ammonito insista nella propria condotta persecutoria, andrà incontro a un aumento della pena per il delitto di cui all'art. 612 bis, il quale sarà, in tal caso, procedibile d'ufficio. In particolare, è stato introdotto il nuovo art. 282 ter c.p.p. , rubricato "Divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa". Con tale norma fa ingresso nell'ordinamento una nuova misura cautelare coercitiva, il cui contenuto può riassumersi in una prescrizione, rivolta dal giudice all'imputato, di non avvicinarsi a luoghi determinati, abitualmente frequentati dalla persona offesa, ovvero di mantenere da essi o dalla vittima una determinata distanza (1° co.). Al 2° co. si prevede che in presenza di ulteriori esigenze di tutela il giudice possa prescrivere all'imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati e abitualmente frequentati dai prossimi congiunti della vittima, o da persone conviventi o legate alla medesima da relazione affettiva (ovvero di mantenere una certa distanza dai predetti luoghi o persone).

Il giudice potrà poi prescrivere modalità e limiti di frequentazione di tali luoghi, qualora essa si renda necessaria per motivi di lavoro o esigenze abitative, nonché vietare all'imputato di comunicare con qualsiasi mezzo con i soggetti di cui al 1° e 2° co.

 

 


Maltrattamenti in famiglia e stalking

 

Di seguito riportiamo copia della sentenza relativa allo stalking del  20 luglio 2012.

 

 

Cass. pen., Sez. VI, sent. 24 novembre 2011 (dep. 20 giugno 2012), n. 24575, Pres. Serpico, Rel. Paoloni.

Nella sentenza in esame, la Suprema Corte affronta per la prima volta, in modo analitico e dettagliato, la problematica, ricorrente spesso nella pratica, dei rapporti tra il delitto di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) e quello di atti persecutori (art. 612 -bis c.p.), che aveva trovato soluzioni differenti nella giurisprudenza di merito.

Dopo una dettagliata disamina delle differenze intercorrenti tra le due fattispecie, in ordine all'oggetto giuridico e agli elementi costitutivi di ciascuna, i giudici di legittimità analizzano il significato della clausola di riserva contenuta nell'art. 612-bis c.p., per poi passare ad esaminare la peculiare ipotesi in cui le condotte vessatorie vengano poste in essere dal coniuge legalmente separato o divorziato, o da un soggetto che sia stato legato da relazione affettiva alla persona offesa.

Nel caso di specie, una donna aveva denunciato gli innumerevoli episodi vessatori compiuti dal marito nei suoi confronti a decorrere dal momento in cui la stessa gli aveva comunicato l'intenzione di separarsi. Contegni scanditi da continue minacce e intimidazioni, compiute per telefono o anche sul luogo di lavoro della moglie, da percosse, da gesti simulati di autolesionismo (apparenti tentativi di suicidio volti a colpevolizzare la donna per la cessazione della convivenza), da episodi di grave danneggiamento della casa coniugale e della nuova abitazione della moglie.

Dopo la condanna in primo e in secondo grado per maltrattamenti in famiglia, l'imputato proponeva ricorso per Cassazione, contestando la sussistenza tanto dell'elemento oggettivo, quanto del dolo del delitto in questione .

Il ricorrente evidenziava inoltre come la condotta fosse stata rivolta soltanto verso la moglie, e non anche verso il figlio, risultando pertanto più correttamente riconducibile ad una fattispecie - quella di cui all'art. 612-bis c.p. -, inapplicabile ratione temporis in quanto introdotta successivamente ai fatti oggetto del giudizio.

Giova al riguardo osservare che in passato, laddove gli atti persecutori erano realizzati successivamente alla cessazione della convivenza tra coniugi, la Suprema Corte aveva talvolta ricondotto le incursioni persecutorie nei maltrattamenti in famiglia, ritenuti configurabili anche quando fosse cessata la convivenza (Sez. VI, 26 agosto 2008, n. 26571)).

In altra pronuncia, le numerose condotte di molestie e disturbo poste in essere dal marito a danno della moglie dopo il termine della convivenza erano state inquadrate nei maltrattamenti in famiglia ma, poiché tra la deliberazione della sentenza e il deposito delle motivazioni è entrato in vigore d.l 23 febbraio 2009, n. 11, l'estensore aveva ritenuto tali condotte «qualificanti una unitaria e abituale condotta di stalking, caratterizzata da aggressioni di carattere fisico e morale della persona offesa, tali da dar luogo ad opera dell'indagato (non disposto ad accettare senza virulente reazioni la separazione dalla consorte) ad una vera e propria "sindrome dell'assalitore assillante"» (Sez. VI, 21 gennaio-17 aprile 2009, n. 16658).

 

 

2. Gli elementi costitutivi del delitto di maltrattamenti in famiglia 

La Suprema Corte, nella sentenza in commento, ha dichiarato l'impugnazione inammissibile per indeducibilità e manifesta infondatezza degli illustrati motivi di doglianza.

Con riferimento al primo motivo di ricorso, i giudici di legittimità hanno affermato che «l'ampia istruttoria dibattimentale rende evidente la configurabilità nel comportamento del ricorrente dei caratteri strutturali di sistematicità e ripetitività dei gesti lesivi, oltre che della libertà fisica della consorte separata, della libertà morale della stessa, che è stata sottoposta ad un regime di perdurante ansia, preoccupazione e allarme a causa dei ripetuti atteggiamenti violenti, prevaricatori e simulatamente autolesivi dell'imputato».

Del resto - ha affermato la Suprema Corte in una recente sentenza - «il reato di maltrattamenti in famiglia configura una ipotesi di reato necessariamente abituale costituito da una serie di fatti, per lo più commissivi, ma anche omissivi, i quali acquistano rilevanza penale per la loro reiterazione nel tempo trattasi di fatti singolarmente lesivi dell'integrità fisica o psichica del soggetto passivo, i quali non sempre, singolarmente considerati, configurano ipotesi di reato, ma valutati nel loro complesso devono integrare, per la configurabilità dei maltrattamenti, una condotta di sopraffazione sistematica e programmata tale da rendere la convivenza particolarmente dolorosa» (Sez. III, 16 maggio 2007 n. 22850).

In sostanza, comportamenti abituali caratterizzati da una serie indeterminata di condotte assillanti e prevaricatrici, come quelle realizzate dall'imputato, configurano il reato di maltrattamenti; «tali condotte, costantemente ripetute, evidenziano l'esistenza di un programma criminoso diretto a ledere l'integrità morale della persona offesa, di cui i singoli episodi, da valutare unitariamente, costituiscono l'espressione ed in cui il dolo si configura come volontà comprendente il complesso dei fatti e coincidente con il fine di rendere disagevole e per quanto possibile penosa l'esistenza del coniuge» (Sez. VI, 28 dicembre 2010 n. 45547). Il dolo dei maltrattamenti in famiglia è, quindi: a) «generico, sicché non si richiede che il soggetto attivo sia animato da alcun fine di maltrattare la vittima, bastando la coscienza e la volontà di sottoporre la stessa alla propria condotta abitualmente offensiva» (Sez. VI, 22 ottobre 2010, n. 41142); b) «unitario, in quanto l'intenzione criminosa dell'agente si pone come elemento unificatore dei singoli atti vessatori» (Sez. VI, 7 ottobre 2010, n. 1417); «programmato, che si configura non solo nell'intenzione di sottoporre il soggetto passivo a una serie di sofferenze in modo continuo e abituale, ma anche nella sola consapevolezza dell'agente di persistere in un'attività vessatoria e prevaricatrice, già posta in essere altre volte, la quale riveli attraverso l'accettazione dei singoli episodi un'inclinazione della volontà a maltrattare una o più persone conviventi o sottoposte alla sua cura e custodia» (Sez. VI, 14 aprile 2011, n. 17049; Sez. VI, 10 gennaio 2012 n. 204).

Il reato di maltrattamenti in famiglia può sussistere solo in quanto espressione di una condotta che richiede l'attribuibilità al suo autore di una posizione di "abituale prevaricante supremazia alla quale la vittima soggiace": «Perché sia integrato il reato in questione occorre, secondo il significato riconducibile al termine "maltrattare", che, come più volte affermato dalla giurisprudenza, l'agente eserciti, abitualmente, una forza oppressiva nei confronti di una persona della famiglia (o di uno degli altri soggetti indicati dall'art. 572 c.p.) mediante l'uso delle più varie forme di violenza fisica o morale. Ne deriva che in questa fattispecie si richiede che vi sia un soggetto che abitualmente infligge sofferenze fisiche o morali a un altro, il quale, specularmente, ne resta succube. Se le violenze, offese, umiliazioni sono reciproche, pur se di diverso peso e gravità, non può dirsi che vi sia un soggetto che maltratta e uno che è maltrattato» (Sez. VI, 3 marzo 2009, n. 9531; Sez. VI, 2 luglio 2010, n. 25138, che ha ritenuto non consumato il reato di cui all'art. 572 c.p. del marito che, per almeno tre anni, infligga al coniuge ingiurie, minacce, percosse, violenze, offese umilianti, lesive tutte, in se stesse, dell'integrità fisica e morale della moglie, qualora quest'ultima abbia un carattere "forte" e non sia rimasta, quindi, "intimorita" dalla condotta maritale: in casi siffatti, tra i coniugi sussiste, invero, solo una situazione di tensione).

3. Le differenze tra maltrattamenti e atti persecutori 

Passando all'altro motivo di ricorso, inconferenti vengono considerati dai giudici di legittimità i rilievi espressi in ordine alla sussumibilità del contegno illecito dell'imputato nella fattispecie degli atti persecutori prevista dall'art. 612-bis c.p., contegno tuttavia non punibile perché non sanzionato all'epoca di consumazione della condotta vessatoria familiare posta in essere dall'imputato nei confronti della moglie.

La Suprema Corte ricorda che l'art. 612-bis c.p. non ha abrogato la fattispecie dei maltrattamenti in famiglia, e che «l'oggettività giuridica delle due fattispecie di cui agli artt. 572 e 612-bis c.p. è diversa e differenti sono i soggetti attivi e passivi delle due condotte illecite, ancorché le condotte materiali dei reati appaiano omologabili per modalità esecutive e per tipologia lesiva».

Il reato di maltrattamenti è un reato contro l'assistenza familiare e «il suo oggetto giuridico è costituito dai congiunti interessi dello Stato alla tutela della famiglia da comportamenti vessatori e violenti e dell'interesse delle persone facenti parte della famiglia alla difesa della propria incolumità fisica e psichica» (Sez. III, 13 dicembre 2011 n. 46196).

«La latitudine applicativa della fattispecie è determinata dall'estensione di rapporti basati sui vincoli familiari, intendendosi per famiglia ogni gruppo di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, si siano instaurati rapporti di assistenza e solidarietà reciproche per un apprezzabile periodo di tempo» (Sez. V, 22.5.2008 n. 20647; Sez. II, 22.10.2009 n. 40727), senza la necessità della convivenza o di una stabile coabitazione (Sez. VI, 1.3.2011 n. 7929 ha configurato i maltrattamenti posti in essere dall'amante e Sez. V, 30.6.2010, dal fidanzato).

«Al di là della lettera della norma incriminatrice ("chiunque") il reato di maltrattamenti familiari è un reato proprio, potendo essere commesso soltanto da chi ricopra un "ruolo" nel contesto della famiglia (coniuge, genitore, figlio) o una posizione di "autorità" o peculiare "affidamento" nelle aggregazioni comunitarie assimilate alla famiglia dall'art. 572 c.p. (organismi di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, professione o arte). Specularmente il reato può essere commesso soltanto in pregiudizio di un soggetto che faccia parte di tali aggregazioni familiari o assimilate».

«Il reato di atti persecutori, invece, è un reato contro la persona ed, in particolare, contro la libertà morale [cfr. Sez. V, 7.3.2011 n. 8832, che ha ritenuto «sufficiente che gli atti ritenuti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità, dell'equilibrio psicologico della vittima»] che può essere commesso da chiunque con atti di minaccia o molestia "reiterati" (reato abituale) e che non presuppone l'esistenza di interrelazioni soggettive specifiche.»

Si è ritenuto che gli atti di molestia, reiterati, idonei a configurare il delitto di stalking ex art. 612-bis c.p. possono concretarsi non solo in telefonate, invii di buste, s.m.s., e-mail, nonché di messaggi via internet, anche nell'ufficio dove la persona offesa prestava il suo lavoro, ma consistere anche nella trasmissione dell'indagato, tramite facebook, di un filmato che ritraeva un rapporto sessuale tra lui e la donna (Sez. VI, 30 agosto 2010, n. 32404); ovvero, il comportamento di chi, con reiterate molestie telefoniche in danno dell'ex compagna, danneggi l'auto della vittima (ancora Sez. V, 7 marzo 2011 n. 8832) o porti avanti aggressioni verbali alla presenza di testimoni e iniziative gravemente diffamatorie presso i suoi datori di lavoro per indurli a licenziarla (Sez. V, 21 settembre, n. 34015).

Le condotte di minaccia o molestia per integrare il delitto di atti persecutori, oltre che reiterate, devono risultare idonee a ingenerare certi mutamenti sul piano psichico («perdurante e grave stato di ansia o di paura», ovvero «fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto»), o comportamentale (alterazione «delle proprie abitudini di vita»).

La sussistenza del grave e perdurante stato di turbamento emotivo preso in considerazione dall'art. 612-bis c.p. prescinde dall'accertamento di uno stato patologico conclamato («ed anzi la tutela cautelare deve essere apprestata prima che il disagio sfoci in vera patologia»: Sez. V, 7 novembre 2011, n. 40105), rilevante solo nell'ipotesi di contestazione di concorso formale di ulteriore delitto di lesioni. La nuova tipologia non può essere ricondotta in una ripetizione del reato ex art. 582 c.p. - il cui evento è configurabile sia come malattia fisica che come malattia mentale e psicologica - ma è sufficiente che gli atti ritenuti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità, dell'equilibrio psicologico della vittima (Sez. V, 7 marzo 2011, n. 8832). La Suprema Corte ha precisato che «non deve confondersi un fatto con la sua prova (fumus, in sede cautelare). La prova di un evento psichico, qual è il turbamento dell'equilibrio mentale di una persona, non può che essere ancorata alla ricerca di fatti sintomatici del turbamento stesso atteso che non può diversamente scandagliarsi "il foro interno" della persona offesa. Assumono allora importanza tanto le dichiarazioni della predetta persona offesa, quanto le sue condotte, conseguenti e successive all'operato dell'agente, quanto - infine - la condotta stessa di quest'ultimo, che ovviamente va valutata tanto in astratto (dunque sotto il profilo della sua idoneità a causare l'evento), quanto in concreto, vale a dire con riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui essa si è manifestata» (Sez. V, 14 aprile 2012, n. 14391). Ciò significa che «l'effetto destabilizzante deve risultare in qualche modo oggettivamente rilevabile e non rimanere confinato nella mera percezione soggettiva della vittima del reato, ma in tal senso anche la ragionevole deduzione che la peculiarità di determinati comportamenti suscitino in una persona comune l'effetto destabilizzante descritto dalla norma corrisponde alla segnalata esigenza di obiettivizzazione, costituendo valido parametro di valutazione critica di quella percezione» (Sez. V, 18.6.2012 n. 24135).

 

A differenza del delitto di maltrattamenti, l'integrazione del delitto di atti persecutori non è esclusa, in linea di principio, dalla reciprocità dei comportamenti molesti. Come affermato, infatti, da Sez. V, 5 febbraio-7 maggio 2010, n. 17698: «La reciprocità dei comportamenti molesti non esclude la configurabilità del delitto di atti persecutori, incombendo, in tale ipotesi, sul giudice un più accurato onere di motivazione in ordine alla sussistenza dell'evento di danno, ossia dello stato d'ansia o di paura della presunta persona offesa, del suo effettivo timore per l'incolumità propria o di persone ad essa vicine o della necessità del mutamento delle abitudini di vita». Deve, quindi, valutarsi se si configuri, nel caso della reciprocità degli atti minacciosi, la posizione di ingiustificata predominanza di uno dei due contendenti, tale da consentire di qualificarne le iniziative minacciose e moleste come atti di natura persecutoria.

Infine, anche se il reato di stalking ex art. 612-bis c.p., alla stressa stregua di quello di maltrattamenti in famiglia, è un reato necessariamente abituale, la Suprema Corte ha ridotto alla soglia minima quella abitualità persecutoria che la norma sembrerebbe richiedere, ritenendo che «anche due soli episodi di minaccia o molestia possono valere ad integrare il reato di atti persecutori previsto dall'art. 612-bis c.p., se abbiano indotto un perdurante stato di ansia o di paura nella vittima, che si sia vista costretta a modificare le proprie abitudini di vita» (Sez. V, 5 luglio 2010, n. 25527). Tale principio è stato ribadito da Sez. V, 28 febbraio 2011, n. 7601: «Il termine "reiterare" denota, in sostanza, la ripetizione di una condotta una seconda volta ovvero più volte con insistenza. Se ne deve evincere, dunque, che anche due condotte siano sufficienti a concretare quella reiterazione cui la norma subordina la configurazione della materialità del reato». 

Viceversa, non integra il delitto di maltrattamenti in famiglia la consumazione di episodici atti lesivi di diritti fondamentali della persona non inquadrabili in una cornice unitaria caratterizzata dall'imposizione ai soggetti passivi di un regime di vita oggettivamente vessatorio (Sez. VI, 2 ottobre 2010, n. 45037). La condotta dell'agente, pertanto, non deve limitarsi a sporadici episodi di violenza, di minaccia o di offesa, come espressione reattiva - magari - ad un particolare e contingente clima di tensione (Sez. VI, 7 luglio 2010, n. 1417).

4. La clausola di riserva ex art. 612-bis c.p. 

La Suprema Corte ricorda che il rapporto tra il delitto di atti persecutori e il reato di maltrattamenti è regolato dalla clausola di sussidiarietà prevista dall'art. 612-bis, comma 1, c.p. ("salvo che il fatto costituisca più grave reato"), che rende applicabile il reato di maltrattamenti, più grave per pena edittale rispetto a quello di atti persecutori nella sua forma generale di cui all'art. 612-bis, comma 1, c.p..

In sede di redazione finale dell'art. 612-bis c.p., è ricomparsa la clausola di riserva - salvo che il fatto costituisce più grave reato - che era stata espunta in una fase dei lavori preparatori. «Della utilità di tale clausola si può ben dubitare, dal momento che non è agevole ipotizzare la configurabilità di reati di maggiori gravità capaci di assorbire lo specifico disvalore degli atti persecutori quali figura di illecito imperniata sulla reiterazione di condotte offensive e, dunque, connotata dal carattere di abitualità: ove con una o più azioni singole, facenti parte di una condotta complessiva di stalking, l'autore dovesse realizzare un reato più grave a carattere istantaneo come ad esempio l'omicidio della vittima, non vi sarebbe alcun dubbio circa la configurabilità di un concorso di reati. Un possibile caso di assorbimento potrebbe invece, in teoria, verificarsi rispetto a un altro reato abituale come ad esempio quello di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.), che risulta più grave perché più severamente sanzionato (reclusione da uno a cinque anni), ma che sarebbe destinato verosimilmente a prevalere anche a prescindere dalla clausola di riserva» (G. Fiandaca-E. Musco, Diritto penale, parte speciale, Vol. II, tomo I, Zanichelli, Bologna, 2009, addenda, 11).

Il rapporto tra le due fattispecie incriminatrici, tuttavia, si complica quando, come prevedono le ipotesi aggravate di atti persecutori, l'autore sia il coniuge legalmente separato o divorziato o un soggetto che sia stato legato da relazione affettiva alla persona offesa (cioè da una aggregazione in sostanza surrogatoria della famiglia stricto sensu). In questo caso, secondo la pronuncia in oggetto, «la forma aggravata del reato prevista dal 2° comma dell'art. 612-bis c.p. recupera ambiti referenziali latamente legati alla comunità della famiglia e che ne costituiscono - se così può dirsi - postume proiezioni temporali».

Occorre allora stabilire quando la sequenza cronologica che parte dai maltrattamenti in famiglia - durante la convivenza - e prosegue con le condotte persecutorie post separazione, possa giungere a configurare (a titolo di concorso) anche il delitto di atti persecutori.

Parte della giurisprudenza di merito riteneva la concorrenza tra di due reati, ravvisandosi maltrattamenti nella condotta tenuta fino all'epoca in cui la persona offesa si era allontanata dall'abitazione e il reato di cui all'art. 612-bis nelle condotte successive a questa data (Trib. Napoli, 30 giugno 2009; Trib. Lucera, 10 luglio 2009). Si delineava una sorta di muro divisore di applicazione delle due fattispecie, legandolo al momento temporale della cessazione della convivenza. Tale interpretazione, tuttavia, si poneva in contrasto con la giurisprudenza di legittimità che, come detto, ha ricondotto le condotte successive all'allontanamento della persona offesa dalla casa familiare (o, più in generale, della cessazione della convivenza) al delitto di maltrattamenti di cui all'art. 572 c.p..

Altra parte della giurisprudenza escludeva il concorso tra i delitti ex artt. 572 e 612-bis c.p., ritenendo che reiterate e offensive manifestazioni di aggressività e violenza reiterate dal coniuge per convincere la moglie a riprendere la convivenza, e costituenti prosecuzione di precedenti manifestazioni aggressive attuate presso il domicilio familiare mentre i rapporti coniugali stavano deteriorandosi, rimanessero assorbite nella fattispecie di maltrattamenti in famiglia e come tali sanzionate, non potendo concorrere l'ulteriore contestazione di atti persecutori» (Trib. Caltanissetta, 4 gennaio 2010); Trib. Termini Imerese, 24 ottobre 2011).

Anche in dottrina le differenze tra i due reati non sono state ritenute tali da ammettere il concorso delle relative fattispecie incriminatici. «Si ricordi che la clausola generale "maltratta" prevista dall'art. 572 c.p., che si deve realizzare con una condotta idonea ad offendere l'incolumità psico-fisica e la personalità della vittima, consente di ricomprendere quelle condotte reiterate con le quali si minaccia o molesta un soggetto in modo da cagionare un grave e perdurante stato di ansia e di paura, un fondato timore o un cambiamento delle abitudini di vita, punite ex art. 612-bis come atti persecutori. Laddove la condotta persecutoria si realizza nell'ambito di rapporti previsti dall'art. 572 c.p. prevale quest'ultima fattispecie più grave» (A.M. Maugeri, lo stalking tra necessità politico-criminale e promozione mediatica, Torino, Giappichelli, 2010, 153 s.).

5. La soluzione fornita dalla Suprema Corte e le sue conseguenze applicative

A quest'ultimo orientamento di merito aderisce la sentenza in commento, escludendo in generale il concorso apparente di norme tra i maltrattamenti e lo stalking laddove la condotta persecutoria si realizzi nell'ambito di rapporti previsti dall'art. 572 c.p. (prevalendo, in tali casi, quest'ultima fattispecie più grave).

Il concorso viene, invece, ammesso solo quando vi sia la cessazione del sodalizio familiare e affettivo: «sotto questo profilo, ferma l'eventualità ben possibile di un concorso apparente di norme che renda applicabili (concorrenti) entrambi i reati di maltrattamenti e di atti persecutori, il reato di cui all'art. 612-bis c.p. diviene idoneo a sanzionare con effetti diacronici comportamenti che, sorti in seno alla comunità familiare (o assimilata) ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulerebbero dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo o sodalizio familiare e affettivo o comunque della sua attualità e continuità temporale». Ciò che per la Suprema Corte può valere, in particolare, in caso di divorzio o di "relazione affettiva" definitivamente cessata.

Altra ipotesi in cui si è correttamente configurato il concorso è quello nel quale si è ricondotto all'art. 612-bis c.p. la condotta gravemente persecutoria dell'ex marito, successiva alla detenzione in carcere dell'uomo per maltrattamenti in famiglia (Trib. Bari, 6 aprile 2009). In questo caso la cesura tra la precedente condotta realizzata in presenza di convivenza e la successiva, realizzata dopo due anni e otto mesi di cessazione della convivenza (perché incarcerato), è netta e, quindi, la condotta persecutoria non è la prosecuzione dei maltrattamenti.

Viceversa, per la sentenza in esame, il concorso tra maltrattamenti e stalking non opera in caso si separazione, giacché anche in caso di separazione legale (oltre che di fatto) la Suprema Corte ha affermato la ravvisabilità del reato di maltrattamenti, «al venir meno degli obblighi di convivenza e fedeltà non corrispondendo il venir meno anche dei doveri di reciproco rispetto e di assistenza morale e materiale tra i coniugi». Tale principio venne affermato in passato proprio nel caso di reiterate ed offensive manifestazioni di aggressività, attuate per lettera o per telefono, tali da obbligare il coniuge separato a cambiare le proprie utenze telefoniche o a disattivarle: «poiché la convivenza non rappresenta un presupposto della fattispecie criminosa in questione, il suddetto stato di separazione non esclude il reato di maltrattamenti, quando l'attività persecutoria si valga proprio o comunque incida su quei vincoli che, rimasti intatti a seguito del provvedimento giudiziario, pongono la parte offesa in posizione psicologica subordinata» (Sez. VI, 26 gennaio 1998, n. 282).

La sentenza in commento, risolvendo il conflitto apparente di norme tra il reato di maltrattamenti in famiglia e quello di atti persecutori ai danni del coniuge, convivente o persona legata da relazione sentimentale e spostando il confine tra le due fattispecie (non nella cessazione della convivenza ma) nel divorzio o nella cessazione definitiva del rapporto, riduce notevolmente l'ambito di applicazione dell'art. 612-bis c.p.. In questi ultimi casi, laddove siano stati contestati entrambi i reati, i relativi fatti andranno tutti inquadrati nei maltrattamenti in famiglia.

In definitiva, l'aggravante di cui al comma 2 dell'art. 612-bis c.p. che prevede l'aumento di pena per il caso che il soggetto agente sia legalmente separato, ovvero divorziato o persona che sia stata legata da relazione affettiva non impone un restringimento dell'area occupata dall'art. 572 c.p. («A ritenere diversamente dovrebbe affermarsi che il reato di atti persecutori sarebbe meno grave se commesso ai danni del coniuge non legalmente separato», Trib. Termini Imerese, 24 ottobre 2011) in quanto, se i maltrattamenti iniziano prima della rottura del rapporto e della convivenza e proseguono poi, senza soluzione di continuità, integrano perciò l'ipotesi di cui all'art. 572 c.p., trattandosi di un fatto unitario nel suo complesso; se invece le condotte di vessazione intervengono solo dopo la definitiva rottura della convivenza, si perfeziona la fattispecie del solo reato di cui all'art. 612-bis c.p. (già in questi termini, Trib. Monza, 24 settembre 2010).

Qualora le condotte vessatorie e persecutorie siano poste in essere nel segmento temporale che va dalla cessazione della convivenza, o dalla separazione legale o in una fase immediatamente precedente alla definitiva rottura della storia sentimentale, laddove sia stato erroneamente contestato il delitto di atti persecutori e non quello di maltrattamenti, «la struttura, necessariamente abituale, del reato di maltrattamenti in famiglia è analoga a quella degli atti persecutori sicché, non vertendo in una ipotesi di diversità del fatto, la condanna dell'imputato per il reato di cui all'art. 572 c.p., così riformulata e riqualificata l'originaria contestazione ex art. 612-bis c.p., non viola il diritto di difesa dell'imputato ed è conforme alla previsione normativa di cui all'art. 521, comma 1, c.p.p.» (sempre Trib. Monza, 24 settembre 2010).

Infine, laddove nelle stesse ipotesi appena considerate, vengano contestato all'imputato, in continuazione al delitto di atti persecutori, il reato di violenza privata ex art. 610 c.p., la riqualificazione del delitto di cui all'art. 612-bis c.p. in maltrattamenti in famiglia potrebbe comportare l'assorbimento anche di quello di violenza privata.

Mentre, infatti, la Suprema Corte ha ammesso il concorso tra gli atti persecutori e la violenza privata (Sez. V, sentenza 25 maggio 2011, n. 20895, afferma che: «se la norma incriminatrice di cui all'art. 612-bis è speciale rispetto a quelle che prevedono reati di minaccia o molestia, non lo è rispetto all'art. 610 c.p. La violenza privata anzitutto può essere commessa con atti per sé violenti ed è poi soprattutto finalizzata a costringere la persona offesa a fare, non fare, tollerare o omettere qualche cosa, cioè ad obbligarla ad uno specifico comportamento. La previsione dell'art. 610 c.p. perciò non genera solo il turbamento emotivo occasionale dell'offeso per il riferimento ad un male futuro, ma esclude la sua stessa volontà in atto di determinarsi nella propria attività, d'onde il quid pluris di cui all'art. 610 c.p.») con riferimento, invece, ai maltrattamenti in famiglia, l'orientamento più recente della Cassazione ha ricondotto gli atti di violenza privata negli episodi vessatori rimangono assorbiti nel reato di maltrattamenti (Sez. V, 14 maggio 2010, n. 22790). Ad esempio, il marito che minaccia la moglie per costringerla a non chiedere la separazione risponde del solo reato di maltrattamenti e non anche di violenza privata. Tale condotta, infatti, va contestualizzata nel regime di vita vessatorio subito dalla consorte e, quindi, resta assorbita nel reato di cui all'art. 572 c.p. e non costituisce l'autonomo delitto ex art. 610

c.p. (Sez. 10 giugno 2010, n. 37796).

 

 

Fonte Internet

 

 

INVESTIGATORE PRIVATO CODICE DEONTOLOGICO

INVESTIGATORE PRIVATO CODICE DEONTOLOGICO - INDAGINI STALKING E MOLESTIE

Investigatore Private Codice Deontologico

Considerata la rilevanza dell’attività di investigatore privato, nel cui ambito vanno annoverate altresì le figure dell’informatore commerciale e dell’operatore di sicurezza ed al cui esercizio accedono le persone munite di specifici requisiti espressamente previsti dalla legge, previa apposita autorizzazione di polizia. Considerata, inoltre, la delicatezza delle singole operazioni effettuate nello svolgimento della attività investigativa, le quali spesso comportano l’ingerenza, con le informazioni assunte, nella sfera privata del destinatario della medesima, con evidenti ripercussioni di carattere giuridico ed etico. Vista, peraltro, la nuova normativa assunta dal Legislatore Italiano, il quale, in applicazione di una direttiva comunitaria, ha regolamentato e tutelato la riservatezza (c.d. privacy) delle persone fisiche e giuridiche, introducendo notevoli limiti all’utilizzo dei dati personali. Ritenuta, conseguentemente, la necessità di stabilire regole omogenee per la categoria professionale degli investigatori privati ad integrazione delle norme previste sia dal T.U.L.P.S. di cui al R.D. n. 773/1931 ed al relativo Regolamento di Esecuzione, sia dalla L. 675/1996. Viste le disposizioni previste dagli artt. 134 – 137 del R.D. n. 773/1931, dagli artt. 257 e ss. del Regolamento di Esecuzione del Testo Unico di Leggi di Pubblica Sicurezza, del D.L.vo n. 271 del 28 luglio 1989 e degli artt. 38 e 222 delle Norme di Attuazione, di Coordinamento e Transitorie del Codice di Procedura Penale nonché quelle stabilite dalla Legge 31 dicembre 1996 n. 675 e dai successivi provvedimenti del Garante – tra cui quello assunto in data 27 novembre 1997 b, 2/1997 “Autorizzazione al trattamento dei dati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale” pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale de 29 novembre 1997 n. 279 e provvedimento n. 6 del 29.12.1997. La Federpol – Federazione Italiana degli Istituti Privati per le Investigazioni, per le Informazioni Commerciali e per la Sicurezza -, associazione professionale a carattere nazionale rappresentativa degli interessi dei titolari di autorizzazioni governative, ai sensi degli artt. 134 e ss. del Testo Unico di Leggi di Pubblica Sicurezza e 38 e 222 delle Norme di Attuazione, di Coordinamento e Transitorie del Codice di Procedura Penale adotta il seguente Codice deontologico. L’attività professionale di Investigatore privato, nella sua più ampia accezione, è improntata alla scrupolosa osservanza delle regole fondamentali di integrità morale, responsabilità professionale e riservatezza oltre il normale rispetto di tutte le leggi vigenti.

Capo 1
Principi generali

Titolo I
Affidamento ed integrità morale

Art. 1 L’investigatore privato, nell’esercizio dell’attività professionale, deve osservare scrupolosamente le normali regole di correttezza, dignità, sensibilità e alta professionalità, anche fuori dall’ambito lavorativo deve mantenere irreprensibile condotta, posto che nell’esplicare il delicato compito affidatogli dal cliente, l’investigatore non compie solo atti di interesse privato ma anche una precipua funzione sociale di pubblica utilità, affiancandosi, nei casi previsti dalla Legge, alle Forze dell’Ordine.
Art. 2 Assume particolare rilievo il comportamento che l’investigatore deve tenere nei confronti del Cliente: costituisce suo primo dovere quello di informare quest’ultimo su tutte le norme che regolano l’attività investigativa e sulle conseguenze giuridiche derivanti dall’azione svolta dall’operatore, con particolare riferimento alle disposizioni stabilite dalla Legge n. 675/1996.
Art. 3 L’atteggiamento che l’investigatore privato deve tenere nei confronti dei terzi, siano essi privati cittadini o pubbliche autorità, va improntato a criteri di massima disponibilità e di generale rispetto, sempre nei limiti previsti dalle leggi vigenti. Nei confronti degli organi a cui l’investigatore è sottoposto al controllo deve prestare la massima collaborazione sia nel fornire tutti necessari chiarimenti sullo svolgimento dell’attività investigativa, che nel prestare la propria opera nei casi in cui gli viene chiesto un intervento di ausilio per i fini di giustizia.
Art. 4 Il titolare della licenza nonché i suoi collaboratori, previamente segnalati alla Prefettura di competenza, devono sempre assolvere i propri doveri professionali con il massimo scrupolo ed impegno evitando sempre ed in ogni caso di commettere atti limitativi della libertà individuale. In particolare, gli stessi, nell’essere tenuti alla massima riservatezza sulle informazioni acquisite nell’esercizio della attività investigativa, devono provvedere all’osservanza scrupolosa delle disposizioni previste dalla L. 675/1996 concernente la tutela della privacy.
Art. 5 Nel rispetto delle norme di legge e della deontologia professionale, l’investigatore privato deve rappresentare e/o difendere il suo cliente in maniera tale che il suo interesse prevalga sul proprio e su quello di un collega o di terzi in generale; se egli non ritiene di essere in grado di assolvere all’incarico assunto, deve rinunciare espressamente all’incarico.

Titolo II
Segreto Professionale

Art. 6 Dovere fondamentale dell’investigatore, soprattutto in riferimento al rispetto della normativa sulla privacy richiamata all’art. 4, è quello di informare il Cliente sulla segretezza delle informazioni acquisite nei confronti del destinatario dell’investigazione, nei casi in cui è esentato dall’informare quest’ultimo di essere in possesso dei suoi dati personali; nonché di rendere edotto il committente quando lo stesso è esonerato dal richiedere il consenso dell’interessato per il trattamento dei dati acquisiti.
Art. 7 Indipendentemente dalla corretta e scrupolosa osservanza delle disposizioni stabilite dalla Legge n. 675/1996, i rapporti che deve tenere l’investigatore privato con la stampa, televisiva o giornalistica, devono essere improntati al rispetto ed alla tutela della riservatezza delle notizie acquisite per il tramite del proprio ufficio. In particolare, nei casi rari in cui non è tenuto ad osservare il dovere di segretezza e riservatezza, l’investigatore privato deve, comunque, valutare molto attentamente le conseguenze che possono derivare dalla notizie fornite ai mezzi di comunicazione, mediante il rilascio di dichiarazioni equilibrate e, di certo, mai lesive della dignità professionale di un altro collega o dell’intera categoria.
Art. 8 Ogni forma di pubblicità commerciale è libera, l’investigatore privato può intraprendere ogni iniziativa che ritenga più opportuna per pubblicizzare la propria attività; non sono ammesse né forme di pubblicità fuorviante, volte a reclamizzare prestazioni professionali non rientranti nell’ambito del titolo di polizia rilasciato all’investigatore privato, né forme di pubblicità cd. ingannevole, tali da indurre la Clientela a ritenere possibili prestazioni che non possono essere espletate legittimamente dall’intestatario del titolo di polizia. Ogni abuso sarà perseguito in sede civile e penale ed attraverso l’azione disciplinare così come prevista dal presente codice negli articoli che seguono.

Titolo III
Conferimento ed estinzione del mandato

Art. 9 Il titolare dell’autorizzazione di polizia non può delegare ad altri la direzione dell’attività investigativa; nel caso in cui si avvalga dell’opera di collaboratori deve impartire puntuali direttive ed indicazioni operative al fine del corretto svolgimento delle investigazioni e gli operatori non potranno, per nessun motivo, assumere decisioni o intraprendere iniziative senza l’assenso dell’investigatore privato.
Art. 10 L’investigatore privato può usufruire dell’operato di un collega per lo svolgimento di incarichi particolarmente complessi e previa comunicazione al Committente che deve esprimere il proprio consenso, anche in ordine al compenso per la prestazione effettuata dal collega collaboratore.
Art. 11 L’investigatore, prima di accettare un incarico professionale, deve valutare attentamente se sussistano casi di incompatibilità rispetto ad altri servizi precedentemente assunti; in particolare deve verificare la sussistenza o meno di conflitti di interessi tra i vari Committenti e se, del caso, rinunciare ad uno degli incarichi conferitigli.
Art. 12 Data la natura di attività di libero professionista, l’investigatore privato deve mantenere una posizione di imparzialità ed indipendenza anche quando aderisce ad organizzazioni societarie od associative aventi natura politica e/o partitica; non può, pertanto, mai farsi condizionare nello svolgimento della sua attività e tanto meno alterare il risultato della prestazione al fine di favorire l’organismo al quale appartiene.
Art. 13 L’investigatore privato, che è tenuto ad ottenere un esplicito mandato dal Committente che tenga soprattutto conto delle disposizioni previste dalla Legge n. 675/1996, deve rinunciare all’incarico quando lo stesso risulta contrario a leggi o regolamenti ovvero comporti l’espletamento di servizi espressamente vietati dalle leggi vigenti ovvero ancora possa ostacolare il normale svolgimento di indagini di polizia giudiziaria.
Art. 14 L’investigatore privato non può accettare l’incarico di un nuovo Cliente se la riservatezza sulle informazioni fornite da un vecchio Cliente rischia di essere violata o quando la conoscenza da parte dell’investigatore degli affari del vecchio Cliente avvantaggerebbe il nuovo.
Art. 15 Le norme di cui sopra sono ugualmente applicabili nel caso di esercizio della professione in forma societaria suscettibile, comunque, di far nascere uno dei conflitti di interessi descritti negli articoli 12, 13 e 14. Art. 16 L’investigatore privato non può utilizzare, per nessun motivo, le notizie acquisite per il tramite del proprio ufficio, meno che mai al fine di trarre per sé o per altri un beneficio diretto od indiretto; la sua posizione deve essere sempre improntata alla massima correttezza e serietà professionale, soprattutto quando la natura delle informazioni in suo possesso è particolarmente delicata.

Titolo IV
Determinazione del compenso

Art. 17 L’investigatore privato è tenuto a rispettare, nello stipulare i contratti di prestazione professionale, i limiti tariffari previsti dalle tabelle, debitamente affisse alla visione del pubblico nella sede dell’Istituto, approvate dalla Prefettura di competenza, al fine di evitare forme di concorrenza sleale.
Art. 18 L’onorario richiesto dall’investigatore privato deve essere illustrato al Cliente in tutte le sue voci e deve essere equo e pienamente giustificato.
Art. 19 L’investigatore non deve concludere patti con i quali il compenso sia riferibile al risultato ottenuto; in particolare non deve stipulare accordi con il Cliente che obbligano quest’ultimo a riconoscere all’investigatore una parte del risultato, sia esso somma di denaro o qualsiasi altro bene o valore conseguito a conclusione dell’attività investigativa.
Art. 20 Quando l’investigatore privato richiede il versamento di un acconto sulle spese e/o sulle tariffe applicate, questo non deve andare al di là di una ragionevole stima dei prezzi legittimamente praticati, in base al tariffario approvato dalla competente Prefettura, e dei probabili esborsi richiesti dalla natura dell’incarico investigativo.
Art. 21 Non è assolutamente ammesso dividere i compensi derivanti dall’incarico investigativo con persone che non siano anch’esse persone appartenenti alla categoria professionale.
Art. 22 L’art. 21 non si applica per quanto riguarda le somme o corrispettivi di qualsiasi natura versati da un investigatore privato agli eredi di un collega deceduto o a un collega che si sia ritirato nel caso di suo subingresso, quale successore nelle pratiche già seguite da tale collega.

Titolo V
Assicurazione per la responsabilità professionale

Art. 23 Non è obbligatorio ma sicuramente auspicabile che, a garanzia dell’attività esercitata, l’investigatore privato, oltre la cauzione versata alla Prefettura di competenza al momento del rilascio del titolo di polizia, stipuli apposita assicurazione per la propria responsabilità professionale entro i limiti ragionevoli, tenuto conto della natura e della portata dei rischi che si assume nel corso della sua attività..

Titolo VI
Rapporti con la Prefettura e la Questura territorialmente competente

Art. 24 L’investigatore privato deve esplicare le attività per le quali ha ottenuto espressamente l’autorizzazione di polizia, che è tenuto a rinnovare annualmente, seguendo le direttive impartitegli dalla Prefettura competente territorialmente, attenendosi, altresì, alle leggi vigenti in materia.
Art. 25 L’investigatore privato, titolare della licenza ex art. 134 T.U.L.P.S. approvato con R.D. n. 773/1931, è tenuto a dirigere personalmente l’attività, per la quale risponde nei confronti dei terzi e delle Amministrazioni addette al suo controllo, non potendo in alcun modo delegare nessuno a tali compiti.
Art. 26 L’investigatore privato deve, in particolare, annotare sul registro delle operazioni giornaliere, la cui tenuta è obbligatoria ai sensi dell’art. 135 T.U.L.P.S. e del relativo Regolamento di esecuzione, previamente vidimato dalla Autorità di Polizia competente: A) il nome, la data e luogo di nascita delle persone per le quali gli affari o le operazioni sono compiute. B) la data e la specie delle medesime, l’onorario convenuto e l’esito dell’operazione. C) gli estremi del documento di identità o di altro documento avente valore equipollente.
Art. 27 Costituisce un dovere dell’investigatore prestare la sua opera a favore dell’Autorità di P.S. che ne faccia apposita richiesta, aderendo, altresì, a tutte le istanze dalla stessa rivoltegli anche ai fini del controllo sull’attività dall’investigatore privato.
Art. 28 L’investigatore privato deve, prima di assumere personale addetto alla collaborazione nell’esercizio dell’attività professionale, provvedere a comunicare alla Prefettura territorialmente competente i singoli nominativi, la quale ne prenderà atto.
Art. 29 Il Questore è istituzionalmente preposto al controllo operativo sul corretto esercizio dell’attività dell’investigatore privato, il quale è tenuto a prestare la massima collaborazione nel caso di richieste ed ispezioni di controllo.

Titolo VII
Rapporti tra Investigatori Privati

Art. 30 Lo spirito di colleganza esige un rapporto di fiducia tra gli investigatori privati nell’interesse dei loro Clienti; esso non deve mai porre gli interessi degli investigatori privati in contrasto con quelli di giustizia, soprattutto quando opera nell’esercizio dell’attività investigativa per la difesa penale.
Art. 31 L’investigatore privato riconoscerà come colleghi tutti gli investigatori che hanno ottenuto la prescritta autorizzazione di polizia rilasciata dalla Prefettura di competenza. Art. 32 Data la natura estremamente delicata dell’attività esercitata dall’investigatore privato, tutte le
comunicazioni tra i colleghi sono da considerarsi confidenziali. Ciò significa che l’investigatore privato non rileva le comunicazioni a terzi e non trasmette copia della corrispondenza stessa al suo Cliente; quando tali comunicazioni sono fatte per iscritto devono portare, comunque, la dicitura “confidenziale”.
Art. 33 Nel caso in cui il destinatario non sia in grado di dare alla corrispondenza il carattere “confidenziale” sarà tenuto a rinviarla al mittente senza rivelarne il contenuto.
Art. 34 L’investigatore privato non può richiedere un compenso o quant’altro ad un suo collega né ad un terzo né accettare un onorario per avere indirizzato o raccomandato un cliente.
Art. 35 L’investigatore privato non può, altresì, versare ad alcuno un compenso o quant’altro quale contropartita per la presentazione di un cliente.
Art. 36 L’investigatore privato non può assumere un incarico investigativo od informativo se è a conoscenza del fatto che il potenziale cliente è già assistito professionalmente da un collega, a meno che il committente (cliente) non lo sollevi espressamente da tale obbligo nel mandato ovvero che il collega comunichi di aver rinunciato al servizio.
Art. 37 L’investigatore privato nel caso in cui sostituisce un collega in un servizio investigativo od informativo, deve previamente dare comunicazione a quest’ultimo ed essersi assicurato che sono state prese tutte le disposizioni necessarie per il regolamento delle spese e dei compensi dovuti al sostituito. Questo obbligo non rende, tuttavia, l’investigatore privato responsabile per il pagamento del compenso al suo predecessore.
Art. 38 Se debbono essere effettuati dei servizi urgenti nell’interesse del Cliente, prima che possano essere espletate le formalità previste dall’art. 37, l’investigatore privato ha il potere-dovere di farlo a condizione però d’informare immediatamente il collega che egli ha sostituito.
Art. 39 L’investigatore privato incaricato di affiancarsi ad un collega in un determinato servizio deve informare quest’ultimo. Le norme del suddetto codice deontologico sono, avvenuta l’approvazione da parte degli organi direttivi centrali, immediatamente operative nei confronti dei singoli associati alla Federpol, i quali sono tenuti al loro rigoroso rispetto. In caso di inosservanza delle disposizioni sopra elencate, gli associati saranno sottoposti al procedimento disciplinare di seguito indicato.

Procedimento disciplinare

Art. 40 I provvedimenti disciplinari che possono essere adottati nei confronti degli associati, in caso di violazione delle norme comportamentali descritte nel presente codice sono: A) Richiamo scritto: che consiste in un richiamo in ordine alla violazione compiuta e l’avvertimento che ciò non abbia più a ripetersi. B) Censura: consistente in una formale dichiarazione della violazione e del conseguente biasimo. C) Sospensione: ovvero l’inibizione, per un tempo non inferiore a due mesi e non superiore ad un anno dalla qualità di associato con la relativa impossibilità di partecipare alle attività sociali. D) Espulsione: consistente nella perdita definitiva della qualità di associato e nella conseguente cancellazione dal libro dei soci.
Art. 41 E’ possibile altresì comminare la sospensione cautelare, la quale costituisce un particolare strumento col quale l’associato temporaneamente viene sospeso dalla sua qualità, nel caso in cui lo stesso viene a trovarsi nelle seguenti condizioni: 1) ricoverato presso l’ospedale psichiatrico o in casa di custodia o cura. 2) sottoposto all’applicazione di una misura di sicurezza non detentiva di cui all’art. 25 c.p. ovvero all’applicazione provvisoria di una pena accessoria o di una misura di sicurezza.
Art. 42 Può essere altresì comminata la sospensione cautelare nel caso in cui l’investigatore privato associato sia sottoposto a sorveglianza speciale, ovvero sia destinatario di un mandato od ordine di arresto.
Art. 43 Il richiamo scritto può essere inflitto quando l’investigatore privato associato, nel violare una delle disposizioni del presente codice, dimostra superficialità e negligenza tale, comunque, da non arrecare danni a terzi (Cliente, collega o quant’altro).
Art. 44 La censura può essere determinata nel caso di più violazioni che rientrano nel richiamo scritto avvenute nel corso di due anni, se di diversa specie, di un anno nel caso di violazione della medesima specie.
Art. 45 La sospensione riguarda, invece, comportamenti violativi delle norme del presente codice frutto di attività dolosamente diretta ad arrecare ad altri un ingiusto danno e/o arrecare a sé o ad altri un indebito profitto o utilità.
Art. 46 L’espulsione può avvenire nei casi in cui l’associato, oltre ad aver compiuto più atti volutamente ed intenzionalmente violativi delle disposizioni sopra riportate, adotti comportamenti in aperto contrasto con i doveri di associato o che comunque arrechino danno e pregiudizio all’immagine della Federpol; può essere, altresì, espulso l’associato nel caso in cui, a seguito di comportamenti abusivi, gli venga revocata la licenza di polizia dalla Prefettura territorialmente competente.

La procedura amministrativa

Art. 47 Organo competente a decidere l’applicazione delle sanzioni disciplinari del Richiamo scritto e della Censura è il Consiglio della Regione presso la quale risulta svolgere l’attività l’investigatore privato sottoposto a procedimento disciplinare; in sede di appello è competente a decidere il Collegio dei Provibiri insediato presso la sede della Federazione Nazionale a Roma.
Art. 48 Organo competente a decidere l’applicazione delle sanzioni disciplinari della Sospensione (anche cautelare) e della Espulsione è il Collegio dei Provibiri insediato presso la sede della Federazione Nazionale a Roma; in sede di appello, per i soli casi di sospensione, potrà essere adito il Consiglio Nazionale.
Art. 49 Le decisioni prese e non appellate o confermate in sede di appello sono definitive.
Art. 50 Il procedimento disciplinare inizia o d’ufficio o su istanza della parte interessata; non appena perviene all’organo competente (Consiglio Regionale o Collegio Probiviri), questi svolge una sommaria istruttoria sui fatti per valutarne la fondatezza e la rilevanza, nonché la propria competenza a giudicare, informando contestualmente, mediante raccomandata con ricevuta di ritorno, l’investigatore interessato. Nel caso di conflitto di competenza, tra i Consigli Regionali o con il Collegio dei Probiviri, la decisione spetta al Consiglio Nazionale, cui vengono trasmessi gli atti dagli organi in contrasto, i quali danno avviso alla parte interessata, la quale nei 10 giorni successivi può far pervenire le sue osservazioni ai fini della decisione sul conflitto.
Art. 51 L’organo adito può: 1.- archiviare la procedura, qualora risulti infondata o irrilevante la notizia. La rinuncia del denunciante non fa venir meno il procedimento disciplinare; 2.- effettuare l’istruttoria, acquisendo, laddove prodotte, sia le argomentazioni addotte a giustificazione dall’interessato, sia le informazioni anche presso terzi sull’episodio in contestazione, sentendo lo stesso associato, nel caso in cui ne faccia espressa richiesta.
Art. 52 Al termine della fase istruttoria, l’organo adito provvederà in Camera di Consiglio ad emettere la decisione di: archiviazione oppure di applicazione della sanzione disciplinare, disponendo, altresì, il grado della relativa sanzione.
Art. 53 Avverso la sanzione disciplinare irrogata, nei casi in cui è ammesso, l’interessato può proporre appello all’organo superiore competente, come previsto dagli artt. 47 e 48 del presente codice, entro e non oltre 30 giorni dalla data di comunicazione della sanzione irrogata.
Art. 54 Il procedimento previsto per la decisione in appello è identico a quello disposto per il procedimento di primo grado.
Art. 55 La Federpol, per il tramite dei suoi organi regionali e nazionali, provvederà a comunicare alle Prefetture di competenza, le sanzioni disciplinari definitivamente irrogate ai propri associati, per gli eventuali provvedimenti che le stesse vorranno autonomamente assumere nei loro confronti.

 

PRIVACY

Norme sulla privacy
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(Codice in materia di protezione dei dati personali – art. 13 D.L.gs 196/2003)

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– Per l’elenco aggiornato si rimanda alla “Relazione sul Sistema di Gestione Privacy Aziendale”
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L’elenco aggiornato con gli estremi identificativi di tutti i Responsabili del Trattamento, o dei soggetti a cui sono stati comunicati e/o ceduti i dati personali potrà essere da Lei richiesto in qualunque momento al Responsabile Interno Privacy Clienti, che provvederà immediatamente a renderglielo disponibile.
In ogni momento potrà, inoltre, anche esercitare i Suoi diritti nei confronti del Titolare del Trattamento, ai sensi dell'art. 7 del D.lg. 196/03, che per Sua comodità riproduciamo integralmente: 
Decreto Legislativo n.196/2003 - Art. 7 - Diritto di accesso ai dati personali ed altri diritti

1) L'interessato ha diritto di ottenere la conferma dell'esistenza o meno di dati personali che lo riguardano, anche se non ancora registrati, e la loro comunicazione in forma intelligibile.

2) L'interessato ha diritto di ottenere l'indicazione:

(a) dell'origine dei dati personali;
(b) delle finalità e modalità del trattamento;
(c) della logica applicata in caso di trattamento effettuato con l'ausilio di strumenti elettronici;
(d) degli estremi identificativi del titolare, dei responsabili e del rappresentante designato ai sensi dell'articolo 5, comma 2;
(e) dei soggetti o delle categorie di soggetti ai quali i dati personali possono essere comunicati o che possono venirne a conoscenza in qualità di rappresentante designato nel territorio dello Stato, di responsabili o incaricati.

3) L'interessato ha diritto di ottenere:

(a) l'aggiornamento, la rettificazione ovvero, quando vi ha interesse, l'integrazione dei dati;
(b) la cancellazione, la trasformazione in forma anonima o il blocco dei dati trattati in violazione di legge, compresi quelli di cui non è necessaria la conservazione in relazione agli scopi per i quali i dati sono stati raccolti o successivamente trattati;
(c) l'attestazione che le operazioni di cui alle lettere a) e b) sono state portate a conoscenza, anche per quanto riguarda il loro contenuto, di coloro ai quali i dati sono stati comunicati o diffusi, eccettuato il caso in cui tale adempimento si rivela impossibile o comporta un impiego di mezzi manifestamente sproporzionato rispetto al diritto tutelato.

4) L'interessato ha diritto di opporsi, in tutto o in parte:

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